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Questo è davvero un piatto delle grandi occasioni. L'ho preparato la settimana scorsa per una cena a casa mia ed è stato il top di tutta la serata... non a caso si ispira ad una ricetta proveniente direttamente dal San Domenico di Imola. E la userò per partecipare al mio primissimo contest! La pasta fatta in casa da me si fa continuamente, nello specifico io specializzata nella pasta ripiena. Questi fagottini (modello imitazione "chiusura Cracco", ergo in questo piatto ci sono le impronte di ben due stellati... e pensare che io sono appena appena un petardo) hanno un ripieno di morbidissimo e saporitissimo formaggio, e vanno impiattati su un velo di salsa ai funghi. FE-NO-ME-NA-LI. FAGOTTINI (ISPIRAZIONE SAN DOMENICO) NELLA SALSA DI FUNGHI per 4 persone Pasta: 300g farina 3 uova sale Farcia: 150 g di ricotta 100g di grana padano grattuggiato 200g di certosa 50 g di pecorino grattuggiato noce moscata sale e pepe bianco 1 tuorlo Salsa: 250 g di funghi misti 50g di chiodini 1 rametto di timo 1 scalogno 1 litro di brodo di pollo 300g di panna fresca 50g burro FAGOTTINI: In una ciotola unire alla ricotta il grana, il tuorlo, la certosa, il pecorino, noce moscata e aggiustare di sale e pepe. Fare l'impasto e farlo riposare mezz'ora. Tirare la sfoglia e farla a quadrati di 6 cm, porvi un cucchiaino colmo di farcia e chiudere il fagottino congiungendo le punte e i lati tra loro in modo da formare una sorta di fagottino quadrato. Mettere in frigo, o ancora meglio in freezer. CREMA DI FUNGHI: Far appassire lo scalogno tritato con l'olio, burro e timo. aggiungere i funghi, brasare fino a far perdere tutta l'acqua, aggiungere il brodo caldo e la panna. Far bollire per 10/15 minuti, togliere il rametto di timo, frullare col mixer, salare e pepare. Saltare in padella i chiodini con un pò di burro. Scolare i fagottini e saltarli nella padella coi chiodini. Presentazione: Disporre salsa di funghi calda nel piatto, adagiarvi sopra i fagottini con i chiodini, una grattuggiata di grana misto a pecorino e un filo di olio buono. Con questa ricetta partecipo al contest:

Fonte: tacchiepeperosa.blogspot.it

In generale tutte le parti del maiale si accostano bene alla frutta che dona morbidezza e sapore. In particolare il maiale con le mele ha le sue origini nel XIV secolo, quando nelle corti rinascimentali si credeva fosse opportuno servire la carne abbinata a ciò di cui si nutrivano gli animali stessi e, nel caso del maiale, questo all'epoca si nutriva prevalentemente di mele. Indubbiamente il sapore dolciastro della frutta si abbina perfettamente alla carne del maiale, ma leggendo questa notizia non ho potuto fare a meno di ripensare a una assai più recente riportata su un sito e riguardante una presunta dichiarazione di Cracco sul suo A gnello in lacrima d’agnello : “ Il segreto è insaporirlo da vivo: preleviamo il latte materno, lo scaldiamo alla brace e lo insaporiamo con olio, prezzemolo, pepe, sale, aglio, coriandolo, noce moscata e rosmarino in modo da farlo abituare a quei sapori sin dalla prima poppata. In questa maniera la carne dell’agnellino acquisisce tutte le sfumature di sapori delle spezie e i profumi della brace in maniera più naturale." Ovviamente è tutta una montatura del sito per far ridere (o inorridire). Tornando alla nostra ricetta dell' Arrosto di Maiale al Forno con Erbe Aromatiche e Mele c'è da dire che si rivela un piatto eccezionale: semplice e ricercato al tempo stesso, delicato, saporito e perfetto da servire anche in occasione di una cena particolare. Ingredienti: 800 g di lonza 2 mele golden 120 g di pancetta tesa alloro salvia rosmarino 1 spicchio di aglio 250 ml di vino bianco olio evo sale pepe fecola di patate Procedimento: Insaporire l'arista con sale e pepe. Incidere profondamente l'arista ricavando delle fette non troppo sottili e senza arrivare a tagliarle completamente. Distanziarle e condirle con sale e pepe e lasciare insaporire. Tagliare le mele, private del torsolo, a fettine dello spessore di circa 5mm, inserirle nei tagli di carne e coprire con la pancetta. Con uno spiedo infilzare l'arrosto per tenerlo compatto oppure legarlo con un spago da cucina. Trasferire la carne in una pirofila oleata profumando con salvia, alloro, rosmarino e uno spicchio d'aglio in camicia. Disporre le restanti mele intorno alla carne. Passare in forno a 180°, dopo 10' irrorare con il vino bianco e coprire con un foglio di alluminio. Proseguire la cottura per circa 1 h irrorando con il suo liquido ogni tanto. Terminata la cottura togliere la carne dalla pirofila e lasciare riposare coperta con l'alluminio. Addensare il fondo di cottura aggiungendo mezzo cucchiaino di fecola e facendo ridurre la salsa per qualche minuto. Servire la carne nappando con la salsa testo Giuli Foodie

Fonte: giulifoodie.blogspot.it

La sfida dell'MTC ormai, è uno di quegli appuntamenti che cambiano qualcosa nelle nostre vite. Che sia perché la sfida ci costringe a fare, cose folli come il croissant sfogliato in un periodo di calura estiva, sia che ci costringa a disossare un pollo quando mai ti saresti sognata, è certo che partecipare a queste sfide ti cambia. Di sicuro ti migliora nella tecnica, ma a volte succede qualcosa di più. Questa è proprio una di quelle volte. Scegliere un piatto per l'MTC, non è mai facile. Il livello di questa gara è altissimo, le concorrenti (ops! scusate ragazzi!) i concorrenti, molto agguerriti e anche se non partecipo per vincere, voglio comunque dare il meglio. Pertanto nello scegliere la zuppa, che è il tema di questo mese lanciato da Vittoria Traversa del blog "La cucina piccolina" , ho pensato: "ma che non sia la solita zuppa! Vorrei una cosa un po' più raffinata!" E la lampadina si è accesa! Infatti presento una ricetta che è una libera interpretazione, filtrata dai miei ricordi giovanili, di un piatto che adoravo, cucinato in un bellissimo ristorante di San Gimignano, molto in voga negli anni '80/90, "I cinque Gigli". Eh sì! Correvano gli anni '80 ed io ero una studentessa universitaria, interessata al cibo quel tanto che basta per sfamarsi ai tre pasti principali. Non sapevo niente di questa materia e sicuramente non consideravo la cucina uno dei piaceri della vita. In quegli anni vivevo in provincia ed avevo una incredibile "fame" di mondo: sognavo l'arte, la musica, la letteratura, l'architettura, la moda, il design, ma tutto il bello mi affascinava e ne ero attratta in un modo incredibile. Durante il periodo universitario, neanche vivere a Firenze mi aiutava granché, perché a parte tutta l'arte che respiravo e che mi dava vita, c'era tutto un mondo che mi era negato dalla mancanza di soldi. Essere studentessa nei dorati anni '80 era un grave handicap, ed io bramavo una vita diversa: lontano! Minimo Milano, meglio ancora Londra. Viaggiavo con la smania di chi il viaggio lo deve compiere dentro di se, ma non capendo, cerca fuori e ne ricava solo frustrazioni. Cercavo in tutti i modi il bello, l'arte, la storia, in ogni istante, e pensavo che se non me ne fossi andata, non sarei mai vissuta come desideravo. Ma la mia vita per motivi vari mi riportava sempre qui. Questa strettissima provincia riusciva sempre a farmi tornare a sé. I "ritorni" erano spesso legati a feste familiari e questo mi era ancora più penoso, perché per certi versi capivo la forza di questi legami, d'altra parte, io volevo essere "altro". La mia è una famiglia semplice, fatta di gente vera, concreta: da dove sbucavo io, così piena di sogni, di ambizioni e di voglia di essere così diversa da loro? Durante uno di questi "ritorni", non ricordo per quale motivo, mi sono trovata in questo posto "magico", nella campagna sangimignanese. Un ristorante assolutamente fuori dal comune: intanto di classe per lo standard dell'epoca dalle mie parti, gran cibo, molta cura dei dettagli, dalla location, alla divisa del personale, ma fortemente legato al territorio, gestito da ristoratori storici della zona. Riflettendoci oggi, credo di aver ricevuto proprio lì, alcuni degli input fondamentali che hanno portato la mia vita su questi binari rispetto ad altri. Ho molto amato quel luogo, ci andavo spesso nonostante le mie esigue finanze, perché mi sentivo in equilibrio: c'era il bello, il gusto, classe, eleganza ed era proprio lì da dove stavo fuggendo. Forse alcune domande sulla mia vita sono scaturite proprio a "I cinque Gigli". Il piatto che più amavo di questo ristorante era la zuppa del Granduca, non ricordo perché si chiamava così, ma c'entrano qualcosa i Medici o forse i Lorena (il Granduca Leopoldo)? Ho provato a ricordare, ad intervistare parenti ed amici, ma trent'anni sono davvero troppi per avere notizie certe. Comunque da Samuele Gigli, nipote dello chef sono risalita più o meno agli ingredienti principali della ricetta, ed il risultato è stato assolutamente commovente: un catartico tuffo nel passato, una full immersion nei miei sogni di ragazza. Un ringraziamento immenso a Giancarlo Gigli, chef patron de "I cinque Gigli",e all'MTC per questa bella esperienza. Ingredienti per 4 persone per il brodo: 1 galletto livornese o un pollo ruspante piccolino 5 l di acqua 1 cipolla 1 carota 1 sedano 1 mazzettino di prezzemolo 1 foglia di alloro una decina di grani di pepe 4 chiodi di garofano una manciata di sale grosso per la zuppa: 1 cipolla 4 cucchiai di olio extra vergine di oliva 15 g di funghi secchi (quando è stagione freschi) 180 g di farro perlato sale pepe macinato tartufo fresco di stagione per la presentazione: 1 rotolo di pasta sfoglia da 230 g. (io la mia: la ricetta la trovate qui ) 1 uovo Nota sui tartufi: a seconda della stagione, i tartufi migliori sono di diverse tipologie. Dalla metà di settembre fino a dicembre il migliore è il tartufo bianco, da utilizzarsi prevalentemente crudo. Dal mese di dicembre, il tartufo nero, che si può usare anche cotto. Nei mesi estivi, da maggio ad agosto c'è lo "scorzone" estivo, tartufo nero con una scorza ruvida e verrucosa e da ottobre a gennaio lo "scorzone" invernale. Preparazione: per il brodo In una grossa pentola inserire il galletto eviscerato, fiammeggiato e lavato. Pulire la carota, il sedano, il prezzemolo, l'alloro e legarli a formare il mazzetto aromatico, sarà così più facile eliminarli, dopo la cottura. Pulire la cipolla, tagliarla in 2 metà e steccarla con i chiodi di garofano. Porre le 2 metà, dalla parte del taglio steccato su una padella antiaderente e farle bruciare. Questa operazione di bruciatura della cipolla, serve a rendere il brodo meno torbido e non andrà chiarificato per la zuppa. E' un buon consiglio che ho adottato da Carlo Cracco "Se vuoi fare il figo, usa lo scalogno". Una volta bruciate aggiungere le 2 metà di cipolla, nella pentola del galletto insieme al mazzetto aromatico, al sale, ai grani di pepe e a 5 l di acqua. Lasciar cuocere per un paio d'ore, schiumando la superficie se necessario. Far raffreddare il brodo, togliere il galletto (o il pollo) e le verdure (che possono essere mangiati così oppure usati per altre preparazioni), filtrarlo con un colino rivestito di garza e metterlo in frigo per alcune ore. Toglierlo dal frigo e togliere il grasso in eccesso che si riesce a raccogliere in superficie. per la zuppa: In una pentola più piccola, tritare finemente la cipolla e lasciarla sudare nell'olio extra vergine di oliva a fiamma bassissima. Intanto, lavare accuratamente il farro perlato, tostarlo con la cipolla e poi unire i funghi secchi ammollati per 15/20 minuti in acqua e tritati. Lasciar insaporire alcuni minuti, poi aggiungere il brodo freddo almeno 1 litro e lasciar cuocere per circa 20 minuti da quando inizia a bollire. E' necessario comunque assaggiare il farro, per trovare il giusto grado di cottura. Se in cottura asciuga molto aggiungere brodo bollente. Quando il farro è cotto, spegnere la zuppa, aggiungere brodo bollente fino ad ottenere la consistenza che si vede in foto, aggiustare di sale e pepe. per la presentazione: La zuppa si serve in cocottine da forno individuali con lamelle di tartufo tagliate sottili. Per la presentazione: ritagliare un disco di pasta sfoglia di diametro 2 m più largo della cocottina, sigillando l'apertura ad effetto coperchio, ritagliare delle formine di pasta sfoglia con un taglia biscotti della forma desiderata per decorare la superficie. Sbattere l'uovo e con un pennello spennellare la sfoglia con l'uovo per lucidarla. Infornare a 220° in forno preriscaldato per 10 minuti o finché la sfoglia non è dorata. Servire immediatamente. Nota: E' un modo un po' vintage di presentare, ma è un piatto legato ai miei ricordi e l'ho voluto presentare esattamente come lo ricordavo. Con questa ricetta partecipo all'MTC N° 53 di gennaio

Fonte: architettandoincucina.blogspot.it

I soliti giri delle ricette sui blog. Vedo un tonno crudo marinato strepitoso e corro a leggere la ricetta, da Terry , che a sua volta si è ispirata a Dauly , che ha visto e modificato la ricetta realizzata da Stefania per lo Starbooks , presa dal libro dello scalogno più figo della TV ovvero Carlo Cracco. Questa volta nessun trenino anche perchè la ricetta parte con un salmone e termina con un tonno, subisce diverse modifiche strada facendo a secondo di chi lo prepara, conclusione: questo è quello che ho fatto io. Sicuramente il metodo è conosciuto ai più, in fondo si è sempre usato, in rete ho trovato tantissime ricette che lo utilizzano, quindi ho pensato potesse essere un'ottima scusa per proporre anche la mia versione, soprattutto per lasciarne traccia su questo blog che, ci crediate o no, continua ad essere il ricettario a cui attingo per preparare i miei piatti...anche perchè a memoria non ricordo neanche una ricetta! Per completare degnamente il giro infinito lascio, con piacere, questa ricetta nella categoria secondi alla cara Michela del blog La casa di Artù , che festeggia i due anni di vita e sa regalare sempre delle ricette, belle , buone e salutari, quetsa, secondo me, potrebbe rientrare nei suoi gusti! Come sempre scrivo direttamente la ricetta così come l'ho realizzata io, per le altre seguire i link. Tonno marinato alle erbe ( liberamente ispirato ad una ricetta di Cracco, Stefania, Dauly e Terry) 450 gr di tonno fresco in un unico trancio 130 gr sale fino 100 gr zucchero timo fresco e secco salvia fresca rosmarino fresco prezzemolo fresco santoreggia secca maggiorana secca sommacco secco finocchietto selvatico fresco latte Per prima cosa porre il tonno in frezeer per 24 ore per evitare il rischio legato all'Anisakis. Il giorno successivo farlo scongelare, lavarlo e asciugarlo. In una ciotola mescolare il sale e lo zucchero, unire le erbe fresche e le secche. Versare una parte sul fondo di un contenitore che contenga bene tutto il pezzo, coprire con la rimanente miscela. Coprire con una pellicola a contatto e porre in frigorifero per 12 ore, trascorso questo tempo girarlo sotto sopra e coprire nuovamente con la pellicola. Far riposare altre 12 ore. Rimuovere il tonno dalla marinata, sciacquarlo e metterlo per 15' a bagno nel latte. Asciugarlo e passarlo in un trito di spezie fresche, per me finocchietto selvatico, rosmarino e timo. Lasciare insaporire per un'oretta e poi affettare, oppure sigillare e rimettere in frigo fino al consumo. Si conserva per 3-4 giorni. Servire con olio e limone o con salse. Invio questa ricetta a Martina e alla sua raccolta: Sapori d'estate Invio questa ricetta alla cara Michela del blog La casa di Artù e al suo contest Happy Blog Party Condividi su Facebook, Twitter o Google Buzz:

Fonte: lacucinadimamma-loredana.blogspot.it

Allora si! Esiste un pò di giustizia a questo mondo? Forse... ...tanto per cominciare stasera a fare l'areosol e leggere la storia a Tommaso ci è andato il mio compagno, al contrario delle altre sere nelle quali sono sempre andata io!!!!!!!!!!!! Areosol come cura per la tosse, assieme a cortisone ed antibiotici, Tommaso e Gianmarco, entrambi sono malati....e per colpa di quest'influenza domani siamo costretti a rinunciare al primo pic nic della stagione! I nostri amici hanno organizzato una piccola gita fuori porta con tanto di borse termiche cariche di viveri, ma noi purtroppo siamo costretti a rimanere a casa e tenere i bimbi riguardati! Pazienza, speriamo comunque che si il primo pic nic di una lunga serie alle quali noi parteciperemo....in piena salute!!! Io, però mi consolo, perchè venerdì vado a Roma, a conoscere finalmente, le ragazze che ormai da qualche mese segue sul web!!!! Emozionata come al primo giorno si scuola, frastornata e felice!!!!! Ed ora (finalmente!) ecco una ricetta semplice e salutare per tutte quelli che come me, domani stanno a casina!!!! Ringrazio di cuore Paola per avermi inviato come premio per la vincita del suo contest ben 6 pacchi di riso Riserva San Massimo con il quale farò sicuramente altre ricette! Ingredienti per 4 persone: 300 gr di riso (io ho usato il Carnaroli Riserva San Massimo) 1 cipollotto 1 carota (bella grande) 60 gr di piselli 60 gr di fagiolini 100 gr di asparagi 100 gr di burrata olio evo sale pepe bianco 1 noce di burro Pulite e tagliate tutte le verdure a cubetti di mezzo cm circa. (Per essere precisi, professionali e in tema con la stagione, tagliate a primavera tutte le verdure) Mettete a bollire un litro di acqua, salatela con del sale grosso e sbiancate le verdure (tranne il cipollotto) per 3-4 minuti. Tuffatele in una bacinella con acqua freddissima e scolatele. Non buttate via l'acqua di cottura! Sarà un ottimo brodo per cuocere il riso! Scaldate due o tre cucchiai di olio in una casseruola e fate rosolare il cipollotto, aggiungete il riso e fate tostare dai 3 ai 5 minuti (come dice Cracco). Quando sarà diventato bello trasparente, sentirete anche il profumo della tostatura, a questo punto copritelo con l'acqua delle verdure e fate cuocere per circa 15 minuti. Se volete prima di aggiungete l'acqua potete sfumare con mezzo bicchiere di vino bianco...io lo faccio raramente perchè in casa non ce l' ho quasi mai, ma è così che si dovrebbe fare un buon risotto! Spezzate con le mani o tagliate la burrata. Cinque minuti prima della fine della cottura del riso aggiungete le verdure e la burrata e mescolate bene per far sciogliere il formaggio. Togliete dal fuoco, mantecate con una noce di burro e servite! SHARE:

Fonte: cucinascacciapensieri.blogspot.it

Eccoli qua i due piacioni delle cucine stellate, Davide Scabin del ristorante Combal.zero e Carlo Cracco dell'omonimo Cracco di Milano, che si sfidano a colpi di comparsate televisive rubandosi lo cher televisivo da un canale all'altro. Ma è sulle declinazioni dell'uovo che arrivano colpi bassi e pugnalate alle spalle... La cucina economica ha scelto la ricetta dello chef Davide Scabin gambero all’occhio di bue Ingredienti per 6 porzioni 6 gamberi rossi di San Remo 6 uova 500 ml di olio evo 200 ml panna fresca poco succo di limone 2 rametti di timo 1 rametto di maggiorana 2 foglie di basilico 1 cipollina bianca 20 g di zenzero fresco 10 g di lemongrass 100 g di Grana Padano grattuggiato 1 spicchio d’aglio Preparazione Mettere i tuorli in un pentolino e ricoprirli con l’olio d’oliva evo. Cuocerli in forno a 65°C per 15 minuti. Emulsionare 70 g di panna con il succo di limone, un pizzico di sale, un rametto di timo, basilico e maggiorana spezzettati. Fare un brodo con le teste e i carapaci dei gamberi rossi in mezzo litro d’acqua salata con cipolla, zenzero e lemongrass affettati. Lasciar freddare e filtrare. Frullare gli albumi con la restante panna, 100 ml di brodo di gamberi e il Grana Padano, aggiungere un rametto di timo e l’aglio e lasciare in infusione per 30 minuti e filtrare. Suddividere il composto in 6 piatti fondi e cuocere a bagnomaria per minuti per farlo rassodare.. Battere le code di gambero con il batticarne e adagiarle nei piatti, al centro un tuorlo d’uovo. Condire con panna acida alle erbe. .....e dello chef Carlo Cracco il tuorlo fritto Ingredienti per 4 persone 4 uova (siccome non siete dei fenomeni, prevedete di farne almeno 6 o 7!) 240 g di pane grattugiato (meglio se lo fate voi, altrimenti acquistatelo già pronto) Olio di semi di girasole sale Preparazione “Rompete le uova in una bacinella tipo bastardella, meglio se di acciaio, facendo scivolare l’uovo intero nel contenitore e stando attenti a non rompere i tuorli. Poi con le dita, prelevate solo i tuorli, cercando di staccare via tutto l’albume.” “Sul fondo di uno stampino di alluminio (o uno stampino in silicone oppure in un bicchierino di plastica) fate uno strato di pane grattugiato, appoggiateci sopra il tuorlo piano piano e ricoprite con altro pane“ Lasciate l’uovo così coperto nello stampino per almeno 3/4 ore, oppure fatelo riposare in frigorifero per 4 ore-4 ore e mezza (se non avete tempo, potete anche impanare il tuorlo e friggerlo subito, ma considerate che è molto più fragile). Quindi prelevate delicatamente con le mani il tuorlo impanato, adagiatelo sulla schiumarola e tuffatelo in abbondante olio caldo a 155°C, per circa un minuto: se ne mettete uno alla volta basteranno 40 secondi, se ne mettete di più ci vorrà un minuto abbondante. Tenete l’uovo nella schiumarola mentre frigge e quando è pronto (si capisce perché fa una crosticina uniforme intorno), toglietelo dall’olio e adagiatelo con delicatezza su carta assorbente da cucina, salate. Se volete, potete far asciugare il tuorlo nel pane anche il giorno prima e poi friggerlo al momento, tenendo presente che se è freddo ci metterà qualche secondo di più. Vi suggerisco di impanare sempre un paio di tuorli in più, perché potrebbero rompersi in cottura o maneggiandoli.

Fonte: lacucinaeconomica.blogspot.it

Maionese fatta in casa Ci sono alcune volte che sogno, ad occhi aperti, di potermi comprare un casale, di rimetterlo a posto e di trasformarlo in un B&B, magari sulle colline di Camaiore, con tanto verde intorno, viti e ulivi e potermi alzare la mattina presto, spalancare le finestre e vedere il mare. Sogno di coltivare il mio orto con le verdure di stagione tutto l’anno, di fare l’olio, il vino, avere delle galline ovaiole, una mucca per il latte che, sono sicura, finirebbe per morire di vecchiaia, degli asinelli, tanti fiori, alberi da frutto, cani e gatti. Sogno una cantina con i vini più pregiati e i liquori fatti in casa, i salumi appesi al soffitto, le marmellate e le conserve fatte da me, i formaggi. Sogno di alzarmi prestissimo la mattina e fare il pane, di vivere con il ritmo del sole e della natura, cucinare cose naturali, fatte a mano, fatte in casa. Troppo? Può darsi, ma i sogni, almeno quelli, non costano nulla. Sono cresciuta osservando tutti i giorni i gesti di mia madre in cucina, gesti semplici e veri di chi non usa la tecnologia e la chimica per cucinare, ma la sola forza delle braccia e di chi, per fare un piatto parte dall’inizio e non dal tutto pronto. L’ho vista impastare a mano, sempre, le ho visto, anno dopo anno, fare la conserva di pomodoro, talvolta il burro, la frutta sciroppata, il minestrone estivo ed invernale, tagliando una dopo l’altra tutte le verdure fresche, sgranare i fagioli e fare anche la maionese a mano. Lo so, lo faccio anch’io, è più facile mettere nel carrello un tubetto di maionese e poi conservarlo in frigo per molti giorni, ma si può anche fare la maionese fatta in casa, magari non utilizzando dosi eccessive, e consumandola in breve tempo, senza però aggiungere additivi e conservanti ma solo uova, olio e limone. La sorpresa è che, non solo è buonissima, ma ci vuole davvero poco tempo a farla. L’idea mi è venuta perché volevo fare un piatto che necessitava anche di maionese, perciò mi sono detta che potevo farla da me. Mia madre l’ha sempre fatta a mano e cioè con la frusta, mantenendo regolare il ritmo e il verso di rotazione per non farla impazzire con una mano e aggiungendo con l’altra, l’olio a filo. La tendinite al polso non me l’ha permesso e la mia, infatti, non è una versione handmade ma homemade, fatta, utilizzando il robot da cucina. Tuorli 2 uova codice 0 Olio di semi quanto riesce ad essere incorporato Olio evo 20 ml Limone 3 cucchiai di succo Sale Senape (facoltativa) mezzo cucchiaino Mettere i tuorli nel robot da cucina (con le fruste per montare) e sbatterli per 30 secondi poi aggiungere il sale e un pizzico di senape per evitare che la maionese possa impazzire (suggerimento di Carlo Cracco in una puntata di Masterchef Italia), a seguire unire l’olio a filo con calma. Aspettare che l’olio versato sia stato incorporato bene prima di aggiungerne altro. Quando la maionese avrà preso consistenza, aggiungere l’olio evo e il succo di limone, che aiuta la salsa a stabilizzarsi. Ho utilizzato uova del contadino di ottima qualità, d'altronde, decidere di fare un piatto fatto in casa, predispone necessariamente all’attenzione per gli ingredienti utilizzati. In precedenza, avevo adoperato solo l’olio evo ma il sapore della maionese era, decisamente, troppo forte, quasi amarognolo, per non parlare del colore che tendeva al giallo-verde.

Fonte: ilboscodialici.blogspot.it

Capita di rado, ma ogni tanto succede. Cerco di evitarlo come la peste, ma di quando in quando mi tocca. Che fare la spesa insieme (almeno quella grossa, mirata, magari per una cena) non equivale anche, per forza, a tornare a casa insieme…. Perché perlopiù ci si apparecchia (letteralmente) su binari completamente opposti. Tanto da far finire tutto a schifio . Che io vorrei prendere questo e lui quello. Io ho già pianificato il menu da almeno quattro settimane e lui mi suggerisce cambiamenti, aggiustatine, variazioni minime che però, per una perfettina-precisina-rompina, come me equivalgono a mettere in crisi tutto lo scibile in materia gastronomica. Cioè…quel poco che ne so, almeno. E soprattutto a smontare e rimaneggiare tutti quei gagliardi esperimenti che mi ero già prefigurata in testa, passaggio dopo passaggio. Partendo però da (poche) certezze inespugnabili, quindi tutto sommato andando sul (l’abbastanza) sicuro. Imparate in corso d’opera (a suon di esperimenti andati male), rubacchiate a vere esperte (con sedute ipnotiche si studio), assorbite da mamma e papà (infallibili in cucina), scribacchiate al volo da un programma tv (perché l’idea che poi le ricette si trovino comodamente pure in rete, ancora fatico a incamerarla...). Lui invece no: quando andiamo a fare la spesa insieme pare si diverta a minare, scientemente, tutto ciò. Uscendosene con proposte ai limiti della decenza (sempre gastronomica, s’intende). Variazioni (importanti) di ingredienti o metodi di cottura che manco Carlo Cracco in giacca e cappello da chef ce potrebbe da na mano a capì se siano fattibili o meno. Ma lui, l’amato bene, ama osare e qualche volta, bisogna ammettere per onestà, c’azzecca pure. Al di là di tutto ciò, comunque, andare a fare la spesa con lui riserva anche un enorme vantaggio: quello di non dover portare le sporte della spesa! Nemmeno mezza. Manco per sbaglio o solo per pochi metri. E non è poco. Diventa anzi anche un filo imbarazzante quando il mio Amatissimo Bene mi solleva dall’incombenza perfino di portare un sacchettino leggerissimo, che so, della farmacia. Si impunta e pretende di portare tutto lui. Dalla prima all’ultima busta, magari infilandone una dentro l’altra, adducendo come motivazione che così “bilancia il peso” (perché sì, noi a fare la spesa, come in tanti altri posti, andiamo a piedi!). La verità è che ho sposato un ineguagliabile gentiluomo e questo l’ho sempre saputo. Quello che ignoravo e che vivo ancora con una certa sorpresa è la portata del vantaggio di andarmene in giro libera e senza manco il peso della mia borsetta (perché nel fine settimana infilo tutto in tasca e mi concedo il lusso di non portarmi dietro manco la tracollina più striminzita) al fianco del mio gentiluomo carico invece come un mulo, che arranca sotto il peso di tutta la scorta di frutta e verdura per l’intera settimana e di svariate altre impedibili offerte come flaconi di detersivi e pacchi di farine varie.ù E la gente ci guarda (giustamente) un po' stralunata, prima di posare un'occhiataccia di rimprovero verso la viziatissima sottoscritta. Al che mi dico: ma quando sono sola come faccio? Semplice: mi carico pure io. E sono quella che fino a poco tempo fa si scaricava intere casse d’acqua dalla macchina, perché non è che per essere alta un cavoletto e mezzo e avere il fisico non proprio taurino (ma nemmeno patito) me ne stia con le mani in mano proprio sempre. E ho pure un certo orgoglio da difendere, che diamine. Perché scartoccio fili dell’antenna e aggiusto prese della corrente esattamente come un uomo, che ne sapete? Ma certo è che, quando capita di poterne approfittare, mi sento proprio una regina. Anzi, molto di più! E siccome tra tutte le sovrane e le regnanti di tutti i tempi quella che mi sta più simpatica è questa dal nome da cartone animato (per quanto la sua fama non fosse proprio brillante e priva di appannamenti ), mi è capitato di osservare che quella avrà avuto pure schiavetti e servitori, ma a quei tempi era la norma mentre ora, nel 2013, al confronto, scusate………..lei era proprio na poraccia! @@@@@@@@@@@ La caponata è sicuramente un piatto da re. Che non è ricetta da tutti i giorni, bensì pietanza arzigogolata che si prepara (rigorosamente almeno il giorno prima di consumarla) una, al massimo due volte l’anno e sempre in occasioni particolarissime e molto degne di nota; ma quando succede, signore mie, è una vera corsa agli avanzi. Anche perché è uno di quei piatti che più sta lì più diventa buono, s’insaporisce, dà il meglio del meglio di sé. Come è ovvio per tutte le ricette della tradizione, ognuno ha la sua di famiglia e in Sicilia varia perfino da città a città. Con le patate, con i peperoni, togli questo e aggiungi quello. Io sono da sempre abituata a mangiare questa versione che fa Papà: dolce ma non troppo, fatta solo di melanzane, sedano, olive e qualche capperetto. Tanta cipolla e moltissima dedizione nel farla. Un po’ laboriosa, ma provatela: ne vale davvero la pena!...Altro che regina Taitù! Ingredienti (per 8-10 persone) 2 kg di melanzane viola sode e compatte 2-3 coste di sedano piuttosto grandi 150 gr di olive verdi snocciolate e tagliate a metà 50 gr di capperi sotto sale 2 cipolle grandi bianche o dorate 1 barattolo grande (450gr) di pelati 1 cucchiaino colmo di zucchero ½ bicchiere di aceto bianco di vino Olio per friggere Olio extravergine d’oliva Sale grosso e fino Pepe Procedimento - Innanzitutto dissalare i capperi tenendoli a bagno nell’acqua per un’oretta cambiandola di tanto in tanto. - Poi lavare le melanzane, asciugarle, tagliare a tocchetti non troppo piccoli (con tutta la buccia) e lasciarle per un paio d’ore in uno scolapasta a strati intervallati da sale grosso, con un peso sopra (che può essere una pentola piena d’acqua), in modo che rilascino l’amarognolo e soprattutto in questo modo assorbano meno olio in cottura. - Tagliare il sedano a pezzetti (usare solo il gambo, non le foglie), metterlo in una pentola con poca acqua e farlo bollire finché quella non sarà diventata verde e lui si sarà ammorbidito (dall’inizio del bollore occorrerà davvero poco tempo). Scolarlo e metterlo da parte. - Pulire le cipolle, tritarle finemente e metterle ad appassire sul fuoco in una larga padella coperte a filo di acqua. Una volta assorbita quella, aggiungere un paio di cucchiai d’olio evo e farle imbiondire leggermente a fuoco molto dolce, stando attenti che non prenda troppo colore.. Unire quindi i pelati passati al passaverdura o leggermente frullati con il minipimer, aggiustare di sale e pepe, unire anche il sedano, le olive, i capperi scolati e sciacquati e far cuocere circa ¼ d’ora-20 minuti in modo che si restringa un po’ e si insaporisca il tutto. Aggiungere quindi lo zucchero e l’aceto, alzare la fiamma per farlo evaporare e poi riabbassarla e lasciar andare ancora qualche minuto. Preparare quindi le melanzane: sciacquarle, asciugarle bene e friggerle in abbondante olio finché non saranno dorate, dopodichè tirarle su e metterle a scolare su carta assorbente. Unire quindi le melanzane fritte, mescolare bene per amalgamare tutti gli ingredienti e quando sarà fredda trasferire la caponata in una ciotola di vetro, coprire con pellicola e lasciare riposare un’intera notte in frigorifero prima di consumarla. Dura anche una settimana, basta avere l’accortezza di tirare fuori dal frigo, di volta in volta, solo la quantità da mangiare, almeno un paio d’ore prima (ma anche di più) per poterla consumare a temperatura ambiente: non va mangiata fredda e non va riscaldata per nessun motivo!!!!

Fonte: pizzafichiezighini.blogspot.it

Si potrebbe pensare che ci sia ormai leggermente venuto a noia. Che ci siamo quasi assuefatti. E quindi che lo lasciamo scivolare via così, tacciandolo di ricorrenza a uso commerciale, dicendoci che in fondo per noi è tutti i giorni, che non serve festeggiarlo e tanti saluti. Ma io sono pur sempre la tipa tutta cuori (fondenti, di caffarel) e baci (perugina). Mimose per la festa della donna e cene suicide con mamma e suocera per l’occasione. La regina degli stereotipi e delle feste commerciali insomma. Roba che con me gli sponsor del caso fanno i miliardi! E il nostro 22esimo san Valentino (il 3° da sposati) non poteva di certo fare eccezione…. E allora pure dopo 9 ore di lavoro e treni e metropolitane e smadonnamenti e stamattina-non -sono--manco-riuscita -a-rifare- il- letto- tanto-andavo- di -corsa è stato festeggiato come e più del solito. Senza fiori, che tanto quelli me li regala regolarmente durante tutto il corso dell’anno e con altrettanta regolarità salta questi appuntamenti fissi, perché è un tipo anticonformista lui. E ci si mette pure la fioraia che è amica sua e molto prosaicamente gli dice: “ domani non me venì a chiede i fiori che a parte che c’ho un casino, te li metto il doppio!...casomai viè dopodomani, il 15!” Senza regali ( no dai non ce li facciamo, non ho il tempo di andare in giro a cercarlo. ma tanto lo so che è un debole tentativo di depistaggio) Senza eccessi. Senza stravizi, né locali di lusso. Ma la nostra trattoria campagnola sì. Quella del matrimonio e dei gestori che sono nostri cari amici. Sperduta in campagna, divisa in 3 sale d’inverno e piazzale con veduta panoramica d’estate, ma con il “nostro” tavolo sistemato in quella più raccolta, piccolissima, accanto a un camino scoppiettante. E polenta con spuntature per cena. E i cuori e i nastri rosso fuoco e le candele e i cioccolatini sul tavolo come piccoli e fondamentali dettagli curati dalle donne del locale. Perché l’atmosfera sarà pure casereccia, ma il romanticismo alberga ovunque, signore mie! E per fortuna pure stavolta s’è allegramente derogato alla regola di non farci regali, che il regalo più bello alla fine è un pensiero pensato , una sciocchezza architettata e mica ci vuole tempo per andarla a cercare. Perché come dice saggiamente mio marito al collega parac...vento ( mi moje nun ce tiene a ste cose, so’ sicuro che se je faccio quarcosa s’arrabbia pure” ), una piccola sorpresa, anche in una festa ipercommerciale e solo consumistica come san valentino, in fondo all’anima potrebbe fare sempre, dannatamente piacere…. Allora mentre io ho giocato sul banalotto spinto presentandomi con un sacchetto pieno di dolciumi razziati da Castroni e consistenti precisamente in: una tavoletta di cioccolato fondente al 70% con cristalli di menta una piccola selezione di martellatine biologiche dai gusti “strani” un pacchetto di cookies “quelli veri”, che in realtà sono prodotti in Spagna ma noi li mangiavamo a New York per colazione allora per noi sono gli unici, inimitabili, autentici, americani, e tali saranno sempre, pure davanti all’evidenza certificata del marchio di fabbrica. E per finire un sacchetto di Baci che mica potevano mancare proprio quelli. Anche perché tutta la roba di cui sopra se la mangia lui (che con le marmellate ci fa colazione,la cioccolata se la centellina sera dopo sera un tocchettino per volta, i cookies se li sdraia in molto meno tempo il primo fine settimana utile), ma i baci no: li regalo a lui, ma in realtà me li magno io! Lui è stato come al solito molto più originale e intraprendente. Acuto e intuitivo. Premuroso e sorprendente. E dopo solo 20 volte che gli buttavo lì quanto mi piacesse e quanto mi struggessi nel desiderio di averlo mi ha fatto trovare, nella sua valigetta di lavoro che non apro (né aprirei mai) da sola, con la scusa di prendergli una cosa, l’ultimo libro di Carlo Cracco!!!! Condito pure del racconto successivo di tutto l’imbarazzo provato a dichiararne il titolo al telefono per non dover fare giri a vuoto in tutte le librerie: “ Scusi, vorrei un’informazione: vi è rimasta una copia dell’ultimo libro di Carlo G racco?” E il commesso dall’altra parte, certamente un po’ sadico, tanto più avendo sentito la voce di un uomo che è partito pure male scandendo a cavolo il cognome dell’autore: “ Mi può dire il titolo per favore? ” “ Ehm… Se vuoi fare il figo ….” – pausa, pensiero molesto da gestire velocemente: “ possibile che sia proprio questo? oddio mo se è sbagliato questo penserà mmmmm, er maniaco de turno… poi lavori in libreria, non lo sai l’ultimo libro di G racco come se chiama?! Te lo devo dì proprio io?! ” Sospiro. Via, tutto d’un fiato, che la parte più inverosimile della faccenda è andata: “… usa lo scalogno ! ” “Momento che controllo: sì, glielo lascio alla cassa, mi dice il nome?” Evvai, che per ritirarlo, basterà fornire solo le proprie generalità. @@@@@@@@@@@@@@@ Ricetta del solito Peppe, il mio guru in cucina, dal quale ho imparato e continuo a imparare tanti piatti. Facili, sorprendenti, buonissimi, sempre assolutamente sperimentati da lui in prima persona. E quindi niente di inventato o di buttato lì così. Questo l’ho fatto per una cena sotto le feste di Natale. Con i porcini dell’Etna sarebbe venuto sicuramente molto più buono, ma pure con gli champignon, come del resto aveva assicurato anche lui nella premessa, il risultato non è niente male. Riporto fedelmente la ricetta qua sotto (che nell'originale potete vedere qua ), con le mie piccole varianti fra parentesi. Ingredienti (per 4 persone) 700 g di fesa di tacchino tagliata a tocchetti 500 g di funghi porcini (io champignon) 1 cipolla media 2 spicchi d’aglio grosso 1 bicchiere di vino bianco 1 bicchiere di brodo vegetale (anche di dado) 1 cucchiaio di prezzemolo tritato (io un po’ di più) 40 g di burro (io l’ho omesso) Olio extravergine d’oliva Sale Pepe (io anche un po’ di peperoncino) Procedimento Per prima cosa tritate molto sottilmente la cipolla ed uno spicchio d’aglio (io l’ho messo intero per poi poterlo togliere). Poi, in una padella molto ampia, versate un po’ d’olio, fatelo scaldare, quindi unite il burro e fatelo sciogliere. Rosolateci dentro cipolla e aglio tritati ed appena la cipolla imbiondisce rosolateci pure la carne di tacchino rigirandola continuamente in maniera da far insaporire bene il tutto. A questo punto unite il vino bianco e mezzo bicchiere di brodo, coprite la padella e lasciate andare a fiamma bassa per 25 - 30 minuti. Nel frattempo mondate i funghi, affettateli sottilmente e, passandoli in una ciotola, conditeli con olio crudo (usando gli champignon ho saltato questo passaggio). Fatto ciò uniteli alla carne in cottura. Aggiungete l’altro spicchio d’aglio intero ed il prezzemolo tritato, aggiustate di sale e pepe e bagnate con il resto del brodo caldo. Continuate la cottura per un’altra mezz’ora circa, quindi spegnete il fuoco, lasciate riposare e servite il piatto caldo.

Fonte: pizzafichiezighini.blogspot.it

Ebbene sì, dopo tante trattative, ecco approdato alla mia mensa il pluristellato chef e giudice di Masterchef, Carlo Cracco!!!Non ci crede nessuno vero? Però la bufala non è del tutto "bufala" perché Carlo Cracco è venuto davvero a casa mia, e ha persino cucinato per me e la mia famiglia. Lo ha fatto dalle pagine del suo libro "Se vuoi fare il figo usa lo scalogno" (ecco, magari sul titolo ci si poteva lavorare un po'...) ed. Rizzoli. L'acquisto è di domenica scorsa. Di solito il pomeriggio della domenica lo dedichiamo a qualche giretto fra le nostre colline per poi concludere in una libreria. Cerco di controllarmi sull'acquisto dei libri di cucina perchè credo di essere malata. Domenica però la libreria mi ha accolto così: "Sconti su tutti i libri di cucina..."e come potevo deludere tanta generosità. Così, complice la generosità di mio marito (non mi ha mai limitato in questi "vizi"), il signor Cracco è scivolato in una bella shopper di carta, dritto dritto, fino alla mia cucina. Il libro è interessante. Sottotitola: "Dalla pratica alla grammatica: imparare a cucinare in 60 ricette". Mi sono cimentata in base al tempo che avevo a disposizione. Ho scelto una ricetta del gruppo II di difficoltà, ho seguito tutte le istruzioni e....guardate cosa mi ha portato il signor Cracco per ringraziarmi dell'ospitalità che gli avevo concesso? Un bel mazzo di...grissini! Macché, non è vero nemmeno questa! I grissini me li sono preparata da sola ma le istruzioni date dal suo libro erano così chiare e semplici che quasi i grissini si facevano da soli! GRISSINI PIEMONTESI 480 g. farina 00 220 ml di acqua 75 ml di olio evo 15 g. lievito di birra (ho usato quello granulare, una bustina) 1 cucchiaino di miele (lui suggerisce il malto ma non lo avevo) 10 g. di sale 3 g. di zucchero Per rifinire: acqua olio evo parmigiano paprika dolce Non ho seguito alla lettera il suo procedimento ma il risultato è stato davvero buono. Mettere acqua, olio e sale nell'impastatrice. Aggiungere la farina, il miele, il lievito e lo zucchero. Impastare a velocità 1 (Ken...)per 10 minuti circa.Mettere a lievitare per tre ore circa, in una terrina ricoperta di pellicola e in un posto lontano da correnti d'aria (forno con la luce accesa). Prendere l'impasto, sgonfiarlo, dividerlo in tre filoni e con una spatola rigida, cominciare a dividerli in tanti bastoncini lunghi. Completare il confezionamento dei grissini con le mani, cercando di tenere lo stesso spessore per tutta la lunghezza. Si evitano così spiacevoli sorprese in cottura. Appoggiare i grissini su una placca da forno ricoperta di cartaforno. Per diversificare i gusti dei grissini rifinire in questo modo: - con un pennello bagnare il grissino con poco olio in cui è stata sciolta paprika (dolce p piccante, a piacere) - con un pennello bagnare il grissino con un' emulsione di acqua e olio e cospargere di parmigiano - con un pennello bagnare il grissino con un' emulsione di acqua e olio e cospargere di semi pi papavero. Cuocere a 190° per 10 minuti circa. Servire accompagnando con prosciutto cotto, crudo e, come va dalle mie parti, cicciolata. PS: povero Cracco, la prima ricetta e già tante variazioni...speriamo non se la prenda troppo e torni presto a cena da me!

Fonte: fatemicucinare.blogspot.it

Ciao golosastri! Questi sono i primi muffin che io abbia mai cucinato. Li ho fatti in occasione di una delle tante cenetta che organizzo con i miei amici. Cercavo un antipasto che si cuocesse da solo in modo da avere il tempo di preparare anche altro e così ho provato a fare questi muffin che fortunatamente sono venuti bene e sono piaciuti anche al mio Cracco personale, non che il mio moroso, il quale non perde occasione di valutare, nel bene o nel male, i piatti che gli propongo... No commet! Vediamo cosa ho combinato. INGREDIENTI PER 12 MUFFIN: - 120 gr di farina - 2 uova - 100 gr di ricotta - 80 gr di scamorza affumicata - 40 gr di noci sgusciate - 100 gr di prosciutto cotto a cubetti - 8 gr di lievito istantaneo - 1 cucchiaio di olio di semi - sale e pepe Iniziate sbattendo le uova e unitevi la ricotta e il prosciutto cotto, amalgamate bene. In un'altra ciotola unite la farina setacciata, la scamorza tagliata a pezzettini, le noci spezzettate e per ultimo il lievito. Unite poi quest'ultimo composto a quello precedente, mescolate bene, aggiungete sale e pepe. Versate l'impasto negli stampini fino a 2/3 della capacità. Infornate il tutto in forno preriscaldato a 180° per 20 minuti circa (finchè saranno gonfi ). Buon appetite!

Fonte: thekitchennook.blogspot.it

Io normalmente non amo rivisitare i piatti, la mia cucina non è innovativa, creativa o all'avanguardia e quando mi confronto con dei classici della cucina tendo ad eseguire con reverenza e non a stravolgere. Però poi mi viene fatto presente che su Youcook c'è una gara per la quale bisogna cucinare la carbonara ovviamente più originale è tanto meglio è. Io più che per la gara in se ho voluto partecipare proprio per sviluppare questa idea, che mi è balenata in testa con una immediatezza e una forza tale che non mi ha abbandonata e mi ha costretta nonostante sia stra-super-impegnata con gli esami imminenti a ritagliarmi un po' di tempo a sviluppare questa sorta di carbonara scomposta e rivisitata . Concettualmente questo piatto è nato pensando alle patatine fritte che a casa mia mangiamo con l'uovo fritto e che possibilmente pucciamo all'interno del tuorlo morbido . Così immediatamente le patatine sono diventate la tria pugliese ossia la pasta fritta che si mangia assieme alla pasta e ceci mentre l'uovo che io solitamente mescolo con i formaggi in questo caso si sono totalmente separati andando ad essere le salsine ideali per la pasta fritta. Poi però, non avendo mai mangiato ciceri e tria e non sapendo che consistenza avesse la pasta fritta ho temuto che fosse troppo dura e secca e così ho optato per un tipo di pasta della quale ricordavo l'esistenza e che ho rivisto qui le Pincinelle, un tipo di pasta marchigiana che viene fatta con l'impasto del pane, quindi un impasto lievitato, per le quali ho utilizzato il mio licoli. Ho infatti pensato che utilizzando un impasto lievitato, in frittura sarebbe rimasto più morbido.. Dunque, partiamo: pancetta PER LE PINCINELLE: 65gr di lievito madre idratato al 100% 235gr di farina 100gr di acqua olio per friggere PER IL TUORLO FRITTO: 2 tuorli pangrattato olio per friggere PER LA FONDUTA: parmigiano qb pecorino qb latte qb pepe nero Per prima cosa ho preparato i tuorli, in due pirottini usa e getta di alluminio ho messo una cucchiaiata di pangrattato, ho creato una conca all'interno e vi ho adagiato molto delicatamente il tuorlo, li ho ricoperti con altro pangrattato e li ho messi in frigo per una notte. Questo ovviamente è il procedimento che lo chef Cracco ha più volte spiegato nel suo libro e non solo. L'indomani ho preparato la pasta sciogliendo il lievito nell'acqua, aggiungendo la farina e impastando tutto per bene fino ad ottenere un impasto liscio. Ho lasciato lievitare fino al raddoppio e poi cercando di non sgonfiare molto l'impasto ho ricavato delle striscioline di pasta assottigliandole tra le mani ho fritto in abbondante olio ho scolato su carta cucina e intanto ho rosolato la pancetta a cubetti in una pentola antiaderente fino a renderla croccantissima. L'ho sollevata con una schiumarola e l'ho fatta asciugare su della carta cucina. (l'altra quella che rimane va lessata e condita normalmente) Intanto mi sono dedicata alla fondutina scaldando il latte e aggiungendoci poi i formaggi grattugiati, ho atteso che il formaggio fondesse e il latte si ritirasse un po', nel frattempo ho girato con la frusta, poi una volta pronta ho messo a raffreddare in una ciotolina ed ho aggiunto il pepe. Ho iniziato a comporre il piatto mettendo ai lati del piatto la fonduta, e al centro la pasta fritta e leggermente salata, proprio all'ultimo ho delicatamente prelevato i tuorli dai pirottini e li ho fritti per pochissimi secondi fino a rendere l'esterno croccante. Ho posizionato i tuorli sulla fonduta e ho completato con la pancetta croccante. Ah, ovviamente il tuorlo era liquido ;)     Se avete un account su youcook e vi fa piacere "slurpare" la mia ricetta vi lascio il link e poi qualche altra foto del tuorlo liquido nel caso non vi sembri abbastanza liquido :D Che ne pensi di ciò che hai appena letto? Fammelo sapere lasciando un commento.. E per essere sempre aggiornato seguimi su Twitter , Facebook , Pinterest , Instagram, Tumblr , Google+

Fonte: polpadigranchio.blogspot.it

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