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Ingredienti 150 g Albume 100 g Cioccolato Bianco 250 g Panettone qb Saba (sciroppo D'uva) 4 g Tuorlo 50 g Zucchero Preparazione Montate 4 gr di tuorli con 50 gr di zucchero e aggiungete 250 gr di panettone frullato bene nel mixer. Sciogliete a bagnomaria 100 gr di cioccolato bianco e unitelo al composto di  panettone. Aggiungete delicatamente 150 gr di albumi montati a neve e versate tutto in 8 cocotte monoporzione imburrate e infarinate. Cuocete in forno a 200? per 6 minuti circa. Bottura serve tutto con la "saba" (la tipica salsa emiliana  di mosto cotto) ben ristretta a fiamma media.

Fonte: donnamoderna.com

Ingredienti 4 n Acciughe O Alici Sotto Sale qb Aceto Bianco 2 sp Aglio 1 n Cotechino 100 g Mollica Di Pane qb Mostarda qb Olio Di Oliva Extravergine 100 g Prezzemolo 700 g Vitello Biancostato 4 n Vitello Guancia 1 n Vitello Lingua 1 n Vitello Testina Preparazione 1 lingua di vitello 4 guance di vitello 1 testina di vitello 1 cotechino 700 gr di biancostato 2 spicchi d'aglio 4 acciughe "mascule di serragghia" (presidio Slow Food) 100 gr di mollica di pane aceto di vino bianco biologico 100 gr di prezzemolo olio extravergine d'oliva mostarda di mele campanine   Il bollito di Bottura e cotto sottovuoto a bagnomaria nello speciale forno misto vapore a 75? per 12 ore. In alternativa potete cuocere le carni in acqua bollente: biancostato e lingua per 2 ore, guance per 3 ore, testina per 5 ore, cotechino (da cuocere separatamente in acqua fredda) per 4 ore. Nel frattempo frullate nel mixer l'aglio, le acciughe e la mollica di pane rinvenuta nell'aceto. Aggiungete un po' d'olio extravergine d'oliva, il prezzemolo, sale e altro olio fino alla consistenza desiderata. Lavorate rapidamente per non scaldare la salsa. Servite la carne con la salsa verde e la mostarda di mele.

Fonte: donnamoderna.com

Bionda, rossa, ambrata, doppio malto la birra e' sempre di più una bevanda amata dalle donne, senza nulla togliere ai maschietti le signorine detengono il primato di migliori bevitrici a livello europeo, ma nn solo, sono quelle che bevono meglio scegliendo piccole produzioni artigianali. La birra artigianale Italiana con le sue caratteristiche e' entrata a dal parte della cultura gastronomica passando da bevanda da bere con il classico hamburger e patatine a degno accompagnamento a pietanze elaborate e direttamente nelle pentole per cucinare e valorizzata anche dagli chef stellati nei loro piatti. Ingredienti (12pz.) 200 gr trota o salmone affumicato 250 ml birra artigianale AMARCORD MI DONA 8 gr di gelatina in fogli 25 gr di zucchero foglioline tenere di crescione 70 gr salsa al rafano Procedimento Ingredienti per 4 persone: 125 ml di birra 3 gr di gelatina in fogli 25 gr di zucchero steli di erba cipollina Mettere in ammollo la gelatina in acqua fredda. Versare la birra in un pentolino, unire lo zucchero e scioglietelo a fuoco basso senza portare ad ebollizione. Strizzare la gelatina ed aggiungerla al composto, allontanare dal fuoco e mescolate. Versare la gelatina su un vassoio rettangolare e riporre in frigorifero per 3/4h ore. Disporre un foglio di pellicola alimentare e rovesciarvi la gelatina rassodata, coprire con le fette sottili di trota affumicata. Spalmare sul lato più lungo la salsa al rafano e il crescione. Aiutandosi con la pellicola arrotolare delicatamente ottenendo una sorta di rotolo. Scottare l'erba cipollina in acqua bollente e con la stessa legare il rotolo (un nodo ogni 5/6cm) e tagliare a tronchetti. Ora nn vi resta che servirli agli amici accompagnati dalla stessa Birra Mi Dona AMARCORD Un paio di giovani amici appassionati del mondo della birra e della propria terra. Rimini: una grande città raccontata da un grande regista. Amarcord: il film del grande Federico Fellini vincitore del premio Oscar nel 1975 che per noi è storia di buoni antichi sapori, marchio e filosofia produttiva. Da questi semplici ingredienti nascono, negli anni Novanta, le Birre Amarcord. Acqua pura del cuore degli Appennini Centrali, alle pendici del Monte Nerone nel paese di Apecchio e luppoli pregiati, tradizione, artigianalità e tecnologia hanno fatto di Amarcord la Birra Artigianale più famosa e venduta in Italia. E bevuta anche da Massimo Bottura

Fonte: lalunasulcucchiaio.blogspot.it

Un giorno mi capitò di leggere un'intervista ad un cuoco (di cui, purtroppo, non ricordo il nome) che spiegava come riuscisse a volare lontano con la mente e con l'immaginazione pur lavorando in una piccola cucina di un ristorante sperduto in un paesino italiano. Ecco, io questo chef, lo capisco a pieno. Perché la cucina è evasione, cucinare apre la mente ed un pochettino anche il cuore. Come vi avevo anticipato nel post precedente ho iniziato a lavorare in un ristorante da quasi un mese, non è importante saperne il nome o dire quale sia il suo piatto forte. È però importante dire che è da questo momento che inizi a capire se cucinare ti piace davvero, al cento per cento. Perché finché cucinavo a casa, anche per dieci persone, ero io a deciderlo. Io decidevo se volevo fare quella cena, io decidevo cosa fare e come farlo. Concepivo la cucina come puro divertimento. Certo, un po' di sacrificio c'era, perché quando ti impegni a fondo in qualcosa è impossibile che non ci sia sacrificio ma, certamente, non lo avvertivo principalmente come tale. Iniziare a lavorare in una cucina professionale significa fare ciò che ti dicono gli altri, che ti piaccia o no, significa umiltà (e credere di averne tanta è fin troppo facile!!), significa pensare di saper fare qualcosa e venire smentiti subito dopo, significa accettare critiche e ricominciare sempre, da capo, senza arrendersi mai. Significa sacrificio. Però, allo stesso tempo, non rinuncerei mai a quel sacrificio. E qui sta il punto. In questo mese di lavoro ho sbagliato (a volte nella pratica, a volte nell'atteggiamento) ma non ho mai pensato che sarebbe stata "troppo dura" per andare avanti o che sarebbe stato più facile rinunciare. La strada per inseguire i propri sogni è ripida sopratutto all'inizio ed io ora mi sento come Dante nel Paradiso Terreste: la vera e propria "scalata" non è ancora iniziata ma ho sicuramente già compiuto il primo passo. Nel frattempo, come vi avevo già anticipato, sfrutto i giorni liberi per continuare a sperimentare a casa ed uno dei miei ultimi "esperimenti" ve lo propongo proprio oggi. Personaggio principale di questo bel piatto: la triglia! Un pesce che non avevo mai considerato troppo ma che, una volta scoperto, dà grandissime soddisfazioni. Poche spine, polpa soda e dolce ed un colore che parla da solo. Tutte queste meravigliose caratteristiche insieme hanno contribuito a renderla un vero must nell'alta ristorazione: a partire da Massimo Bottura con la sua "Triglia alla livornese" (simbolo di Identità Golose 2015) fino ad un bellissimo piatto che ho visto proprio nella cucina del ristorante in cui lavoro. Un piatto di cui non conosco la ricetta, né il sapore.. Non ho nemmeno provato a rifarlo, ma mi è bastato vederlo ed innamorarmi di quel rosa/rosso acceso per pensare "devo fare la triglia!". Come? Lo vediamo subito! Triglia farcita alla Mediterranea con purè all'aglio dolce e salsa di pomodoro. Ingredienti per 6 persone: 6 triglie di scoglio olive taggiasche alici sott'olio capperi sotto sale 1 kg di patate 1 testa d'aglio 6 cucchiai di passata di pomodoro sale q.b. latte q.b. 2 cucchiai di parmigiano grattugiato 2 noci di burro olio e.v.o. q.b. Come prima cosa occupatevi delle triglie: nel caso in cui non fossero già perfettamente pulite squamatele (le squame verranno via molto facilmente anche solo usando le mani), evisceratele ed asciugatele. Con un coltello sfilettapesce dividete il pesce a metà (eliminando la colonna vertebrale con le relative spine) tenendolo però unito per la coda. In questo modo risulterà facile da farcire e manterrà anche la sua forma originaria. Preparate il ripieno: in un mixer tritate le olive taggiasche private del nocciolo, i capperi sotto sale ben sciacquati sotto acqua fredda, le alici, un po' d'olio delicato e un goccio d'acqua. Otterrete un composto piuttosto sapido, tenete presente che è una farcia quindi deve risultare un filo più salata del normale, nel caso lo trovaste troppo forte allungatelo ancora con un po' d'acqua. Ora potete passare al purè, ci tengo a specificare che in questo caso l'aglio è "dolce" non perché fatto bollire più volte nel latte ma perché viene cotto lungamente nel forno, questo rende il sapore meno forte e pungente riducendo l'aglio in una saporita purea. Prendete dunque la testa d'aglio intera e mettetela in forno a 140/150 gradi per un'oretta. Fate cuocere le patate (facendo attenzione che siano tutte della stessa grandezza) in pentola a pressione fino a che non risulteranno morbide. Eliminate la buccia e schiacciate le patate con uno schiacciapatate, ponete su fuoco basso, mescolate con una frusta e iniziate ad aggiungere il latte ben caldo, procedete poco alla volta in modo da ottenere un composto cremoso ma non troppo liquido. Tirate fuori l'aglio dal forno e schiacciate gli spicchi, la purea d'aglio uscirà facilmente. Mantecate il purè con il parmigiano, il burro e l'aglio, girate bene e lasciate riposare con il coperchio per qualche minuto. Intanto scaldate in un pentolino la passata di pomodoro (se dovete comprarla io vi consiglio la Mutti, a mio parere la migliore) e poi tenete in caldo. Farcite le triglie con il ripieno (senza esagerare), richiudetele bene, condite con un filo d'olio e infornate a 180 gradi ventilato per 2/3 minuti. Siete pronti per impiattare: fate una striscia di pomodoro sul piatto con un cucchiaio, ponete a un'estremità della striscia il purè all'aglio e dall'altra la triglia appena sfornata. Servite subito. Perdonatemi la foto non bellissime ma ho preparato questo piatto per una cena e la luce non era delle più favorevoli. Buon inizio di settimana, Valerie :)

Fonte: unpizzicodinocemoscata.blogspot.it

Sono giorni un po' di corse questi, in cui il tempo da dedicare ai miei hobby di certo non abbonda.....non ho tempo di leggere, e mi dispiace molto, non ho tempo di provare nuovi cosmetici fai da te (e sì che sono tornata dal Marocco carica di "ingredienti" interessanti!), non ho tempo di dedicarmi ai miei piccoli angoletti del fai da te (anche se avrei duemila progetti), non ho soprattutto tempo di dedicarmi alla cucina con la calma e l'attenzione che la preparazione di piatti un po' più elaborati richiederebbe. L'altro giorno poi mi è arrivata una mail che mi segnalava una bellissima iniziativa, la Parmigiano Reggiano Night , che si terrà il 27 ottobre. Si tratta della prima cena web 2.0 della storia, di una serata virtuale completamente dedicata a una delle eccellenze del nostro Paese. In tutta Italia, da Nord a Sud, da Aosta a Siracusa, tutte le famiglie e gli amanti del Parmigiano saranno invitate a preparare una ricetta a scelta tra le numerose proposte del sito del Parmigiano Reggiano. Per chi invece avesse voglia di cimentarsi in una ricetta più elaborata c'è la possibilità di provare il Risotto cacio e pepe, ideato del celebre chef Massimo Bottura appositamente per la Parmigiano Reggiano Night. Lo scopo di questa iniziativa è quello di dare un contributo di solidarietà, metaforica e reale, alle famiglie interessate dal sisma dell'Emilia. Grazie al riso, cibo umile ma nutriente, protagonista della ricetta proposta dallo chef, e grazie al Parmigiano Reggiano, simbolo di una terra laboriosa e silenziosa, la Parmigiano Reggiano Night coinvolgerà uomini e donne, grandi e piccini, veneti e siciliani, abruzzesi e piemontesi, in un fantastico evento reso indimenticabile dal sapore della solidarietà. Date queste premesse per me era impossibile non aderire, ma tristemente non ho avuto modo nè di preparare una delle ricette proposte dal sito del Parmigiano Reggiano, nè tantomeno il capolavoro dello chef. Volevo però dare il mio contributo e così mi sono inventata un piatto per questo evento, in cui ho voluto mantenere l'accoppiata riso-Parmigiano. Eccolo: Tempo di preparazione: 30 minuti Ingredienti per 2 persone: 200 gr. di riso Carnaroli alcune cimette di broccolo una fetta di prosciutto semidolce tagliata spessa mezzo bicchiere di vino bianco un bicchiere di latte mezza cipolla 25 gr. di burro un cucchiaio di farina noce moscata brodo vegetale q.b. sale e pepe q.b. abbondante Parmigiano Reggiano grattugiato In una casseruola far imbiondire la cipollina tritata in 10 gr. di burro. Unire il riso, farlo tostare fino a che non diventerà lucido, quindi sfumare con del vino bianco. A questo punto unire al riso le cimette di broccoli, lavate e ridotte in pezzettini, salare e portare a cottura aggiungendo via via del brodo vegetale caldo e mescolando spesso. Intanto preparare la crema di Parmigiano. In una ciotola mescolare accuratamente 10 gr. di burro a temperatura ambiente e un cucchiaio di farina. In un pentolino far scaldare il latte, farvi sciogliere il Parmigiano, legare con la crema di burro e farina ed insaporire con una piccola spolverata di noce moscata. Per le briciole invece, sminuzzare con la mezzaluna o con il tritatutto il prosciutto e farlo rosolare in una padella antiaderente senza aggiungere nè olio nè burro. Quando il risotto sarà cotto, farlo mantecare con cinque grammi di burro e una manciata di Parmigiano, quindi servirlo irrorato dalla salsa al formaggio e cosparso con le briciole croccanti di prosciutto. A piacere una macinata di pepe fresco. Buona Parmigiano Reggiano Night a tutti!

Fonte: thedreamingseed.blogspot.it

Magari fossero i tortellini di Massimo Bottura! Sono solo un mio tentativo di imitazione mediato da Dissapore . I tortellini li so fare ma ho voluto seguire questa ricetta leggermente diversa dalla mia nelle dosi del ripieno. Poi ho voluto fare una cosa bella a vedersi e ho ridotto le misure della pasta: un tortellino il cui ripieno si posa su un fazzolettino di pasta di 2 cm per 2 cm non è un tortellino, è un gioiellino e come tale è stato apprezzato. Inserisco anche la ricetta della crema, che purtroppo non ho fotografato, anche se l'ho sentita un po' troppo invadente sul sapore dei tortellini. Mi sa che prima o poi ci dovrò andare davvero dal signor Massimo per capire come sono questi tortellini!! TORTELLINI IN CREMA DI PARMIGIANO DI MASSIMO BOTTURA per 8 persone: per la pasta: 4 uova 400 g farina 00 1 pizzico di sale per il ripieno: 100 g lonza di maiale 100 g di prosciutto crudo 100 g di mortadella 60 g parmigiano Reggiano 2 uova sale e noce moscata brodo di carne per la cottura per la crema: 300 g di Parmigiano reggiano 24 mesi (io 30 mesi) 200 g panna fresca Per la pasta: impastare tutto nella planetaria e lasciar riposare coperta da una ciotola per 1 ora. Ripieno: tagliare la lonza a striscioline poi saltarla in una padella antiaderente caldissima. In un tritacarne macinare lonza, il suo sugo, prosciutto e mortadella, poi unire sale, noce, uova e formaggio e amalgamare molto bene con le mani. Tirare la sfoglia, ricavare i quadratini di 2 cm per 2 cm, mettere al centro il ripieno e richiuderli prima a triangolo unendo i vertici opposti del quadrato, poi unendo gli alti due vertici attorno al dito indice. Lasiar riposare sopra alle griglie asciugapasta e coprire con un canovaccio quando saranno ben seccati Per la crema; portare la panna a 60°, unire il Parmigiano e ridurre il tutto a crema con un mixer. Riportare sul fuoco fino a 80° e condire i tortellini già immersi in brodo bollente e scolati.

Fonte: fatemicucinare.blogspot.it

Oggi voglio lasciare appesi al chiodo mestoli, forchette e il grembiule da “cuochina” e raccontarvi l’esperienza che ho vissuto domenica 11 marzo presso “Culinaria – Il Gusto dell’Identità”, un evento gastronomico giunto quest’anno alla sua settima edizione e che ha come leit motiv “la qualità” , riferita ai prodotti utilizzati dagli chef e dagli addetti alla ristorazione/distribuzione. La manifestazione si è svolta in tre giornate, è stata farcita da congressi, dimostrazioni, degustazioni, e condita dall’entusiasmo degli chef che vi hanno preso parte e dalla curiosità dei partecipanti (esperti del settore o semplici appassionati di cucina). Gli spazi espositivi sono stati quelli della Coldiretti di Campagna Amica di Roma, posti nella splendida cornice di Via San Teodoro, adiacente al Circo Massimo e a pochi passi dall’affascinante Bocca della Verità. Su questo scenario si è svolto, nel corso dei tre giorni di Culinaria, un dialogo ideale tra produttori, chef e consumatori. Appena arrivata, ho fatto un giro veloce per capire “dove mi trovavo”; poi, in punta di piedi, ho preso coraggio, mi sono avvicinata agli stand e mi sono lanciata in due piccole degustazioni (un pezzetto di crostata alla marmellata di zucca alla vaniglia, e un biscotto cantuccio artigianale). Ho poi gustato un caffè espresso di notevole qualità, preceduto da un bicchiere di acqua minerale di altrettanto valore e prestigio. Poi, verso le ore 14.00, sono approdata in un bosco incantato. Proprio così: entro all’interno di uno stand dove il pavimento è un manto erboso (vero), le pareti sono rivestite di piantine aromatiche, le sedie e il tavolo dello chef consistono in pezzi di tronchi d’alberi. Il “folletto del bosco” (per quel pomeriggio) è un giovane chef dallo sguardo vivace e dalla folta chioma: dall’opuscolo, che mi è stato consegnato all’ingresso, scopro che si chiama Franco Aliberti, fa lo chef pasticcere dell’Osteria Francescana di Massimo Bottura, sita in Modena, ed ha un passato di cuoco (tra le altre cose…) presso il Ristorante Vite di San Patrignano. Di quest’ultima esperienza a tutto tondo, umana e non solo professionale, parla, commosso e coinvolto, lo chef, durante la sua dimostrazione. Rimango ad osservare i suoi movimenti, studiati e attenti, nel preparare sul tavolo i suoi attrezzi, fialette, erbe aromatiche, e piccole ciotoline con pozioni (magiche?) e ingredienti perfettamente dosati. Lo vedo staccare pezzi di muschio dalle pareti per trasformarli in piccoli vassoi naturali. Salta subito all’occhio il suo sentirsi completamente a suo agio, in quell’ambiente verde. La sensazione trasmessami da questa scenografia mi spinge a restare. Chiedo ad una gentile signora che si trova al mio fianco se sta avendo inizio una qualche dimostrazione culinaria e ho fatto proprio bingo!! Nel senso che la signora in questione è proprio la mamma dello chef che sta allestendo il tavolo. Mi racconta un po’ di cose di sé, di suo figlio, della campagna, di Pompei (dove vive), mi chiede della mia vita e io le racconto della mia passione per la cucina e la scrittura: insomma ci intratteniamo in un piacevole dialogo in attesa che Franco inizi a mostrarci la sua arte. Alle 14.30 si parte con l’esibizione. Prima però, Franco chiede al pubblico il permesso di togliersi le scarpe, per godere del contatto con il prato: una scelta di libertà e di benessere che fa sorridere e intenerire tutti. Questa sua attrazione verso tutto ciò che è naturale, emerge anche dalla risposta che dà ad una mia domanda: “Franco, ricollegandomi al titolo della manifestazione che è “Ognuno è ciò che ricerca” volevo chiederti che cosa ricercavi, tu, all’inizio del tuo cammino professionale, e che cosa invece hai trovato, senza che tu lo stessi cercando?” Sul primo quesito mi risponde, sicuro, che lui ha sempre cercato il contatto con la Natura e su questo basa la sua filosofia mentre elabora e crea i suoi piatti. Quanto al secondo, raccontandoci un episodio in cui doveva creare delle bolle di sapone “alimentari”, ci fa intuire che ciò che trova e che affronta ogni giorno, anche in cucina, sono delle sfide, da affrontare con creatività, curiosità e pazienza. I due dolci illustrati sono molto scenografici e anche molto buoni. Il momento della degustazione lascia tutti senza parole, con gli occhi che trovano appagamento prima ancora delle papille gustative. Eh sì…perché i dolci preparati dallo chef sono opere d’arte, non solo del gusto. Il modo in cui sono presentati è sublime: uno (il Monte Bianco) adagiato sopra un cucchiaio, a sua volta appoggiato su un piccolo vassoio di legno (perché, come spiega Franco, è importante anche la superficie dove si appoggiano le pietanze. Perché un cibo lo si possa vedere, sentire, e poi assaggiare, appagando tutti i sensi) e l’altro (l’Hurricane) un cilindro di sfoglia con il cuore di fragola, (fortemente) svettante su un piccolo (e fragile) vassoio di cartone (quasi a simboleggiare la forza naturale dell’uragano rispetto alla fragilità umana). Non sono solo piatti da mangiare: sono esperienze. Il Monte Bianco è una sorta di scalata ideale verso la cima di una montagna, iniziando la camminata dalla morbidezza della mousse di castagne, per farsi poi sorprendere dalla freschezza delle erbe (appunto di montagna), e infine lasciarsi travolgere da una valanga di mousse dolce, resa croccante da cialdine di meringata e biscotto croccante. L’ Hurricane è invece il dolce che racchiude in sé sia il fiore all’occhiello dello chef (una sorta di biscotto di sfoglia caramellata), che il suo personale uragano emotivo, vissuto da quando è approdato al ristorante del grande Bottura. Il piacevole ripieno dell’hurricane è un cuore di fragola, a rappresentare la passione: per la cucina, la natura, la propria identità e la continua ricerca. Sicuramente mi sono ritrovata per un giorno immersa in un ambiente a me congeniale. Pur non facendone parte è in mezzo alla creatività culinaria e alla natura che si rispecchia una (buona) parte di me. Le altre (intendo le altre parti di me…) sono sempre alla ricerca di nuovi specchi in cui potersi riflettere…o meglio, in cui, potere spontaneamente esprimersi. Ecco in uno scatto lo chef Franco Aliberti, con l'aiuto chef giapponese dell'Osteria Francescana.

Fonte: terryesprime.blogspot.it

(Adnkronos) - Lungo la via Emilia vanno in scena le primarie del tortellino, la sfida è tra Modena e Bologna, l'obiettivo è incoronare la migliore ricetta del cibo simbolo della tavola emiliana. Inizia, dunque, il conto alla rovescia per la competizione che vedrà opposte le tradizioni culinarie secolari delle due città. L'appuntamento per la serata clou è per il prossimo 27 gennaio sotto le Due Torri, a Palazzo Re Enzo. Intanto, all'ombra della Ghirlandina sono già al lavoro i 5 chef selezionati fra gli associati del Consorzio Modena a Tavola, che ha raccolto la sfida lanciata dagli chef bolognesi poco prima della fine dello scorso anno. I 5 assi del Consorzio sono Giovanna Guidetti (Osteria della Fefa - Finale Emilia), Elvira Previdi (Trattoria Entrà - Medolla), Gianluca Soncini (Trattoria del Campazzo - Nonantola), Carlo Alberto Borsarini (La Lumira - Castelfranco Emilia), Carlo Gozzi (L'Incontro - Carpi). "Una squadra - afferma il presidente di Modena a Tavola Luca Marchini - che volutamente rappresenta una provincia intera dedita alla realizzazione di una ricetta che da secoli contraddistingue il nostro territorio". "Abbiamo voluto espressamente che la rappresentanza in questa prima manche della disfida raccogliesse Chef sparsi sul territorio modenese" ha aggiunto Marchini, rimarcando che "d'altra parte Modena a Tavola è un Consorzio, forse l'unico in Italia, che associa ristoranti rappresentanti di un'unica provincia e il tortellino è un patrimonio di tutti". La seconda manche della disfida si terrà, invece, a Modena nella prossima primavera. Tutto è pronto quindi per la serata del 27 gennaio. Una giuria di esperti, presieduta dallo chef pluristellato e di fama mondiale, Massimo Bottura, affiancherà una Giuria polare, che già si è aggiudicata i 120 esclusivi posti messi a disposizione dall'organizzazione dell'Associazione TourTlen formata dagli Chef del capoluogo. Coinvolti nella manifestazione anche il Consorzio del Parmigiano Reggiano, Il Consorzio del Prosciutto di Modena DOP e il Salumificio Mec Palmieri, che hanno fornito gli ingredienti di alta qualità per la realizzazione del ripieno. Tra gli ospiti anche l'Associazione 'La San Nicola', "con la quale - ha ricordato Marchini - collaboriamo da sempre e che da 32 anni organizza per migliaia di persone e con un successo straordinario, la Sagra del Tortellino". Diverse le categorie che vedranno contendersi il primato: miglior brodo, equilibrio sfoglia/ripieno, aspetto estetico, sensorialità (profumi e gusto), miglior ripieno, miglior sfoglia (spessore, rugosità, aspetto, gusto). Due le sezioni in gara: tortellini tradizionali e tortellini creativi. Quindi nessun aspetto legato a stabilirne la paternità o l'appartenenza della ricetta storica. "Non siamo interessati a definire questi aspetti e il motivo per il quale abbiamo accettato il guanto della sfida, è solo ed unicamente per un fatto culturale, portato quasi alla stregua di un gioco" ha precisato il presidente di Modena a Tavola, chiarendo che "il tortellino è una ricetta che rappresenta un territorio che si snoda ampio, lungo la Via Emilia, un patrimonio di ogni famiglia che vive lungo questa storica strada che unisce tutta la regione e la regione al resto del Paese". Non a caso, già dalla prima edizione di 'Tortellino sotto i Portici' che risale al giugno 2011, la celebrazione di questa tipica forma di pasta si è tenuta attorno ad una lunga tavolata lungo la Via Emilia. "E' la storia, la cultura, le molteplici varianti nei dosaggi e negli ingredienti con i quali il tortellino viene fatto - ha concluso Marchini - che ci stimola a questa sfida e al confronto con i colleghi bolognesi: sarà un bell'incontro e una bella sfida". E per la prima serata delle primarie del tortellino bolognese, andata in scena lo scorso 13 gennaio, è stato subito sold out. A Palazzo Re Enzo la giuria popolare è stata di 200 persone. A lavoro ci sono stati 7 chef dei ristoranti Scacco Matto, Antica Trattoria Sacerno, Acqua Pazza, Cantina Bentivoglio, Biagi, Trattoria Bertozzi e Il sole di Trebbo. Dopo aver gustato l'entrée di Marcello Leoni, 7 assaggi di tortellini e il dolce di Gino Fabbri pasticcere, il tutto accompagnato dai vini dei colli bolognesi e dal pane di Forno Calzolari. Per la categoria 'Miglior tortellino tradizionale' è passata in finale la Cantina Bentivoglio con lo chef Ivan Poletti e il tortellino tradizionale in brodo di bue grasso e cappone. Per la categoria 'Miglior tortellino creativo' l'ha spuntata invece l'Antica Trattoria Sacerno con lo chef Dario Picchiotti e il suo tortellino dal ripieno tradizionale sposato alla crema di parmigiano, impreziosito da una ''verticale'' di tartufo. Lunedì alle 20 seconda serata di primarie. In campo i cuochi dei ristoranti Al Cambio, La Piazzetta, Tre Leoni, Taverna del Cacciatore, Polpette e crescentina, La bottega di Franco e, infine, Franco Rossi. La manifestazione è realizzata con il patrocinio del Comune di Bologna e la collaborazione Consorzio Vini Colli Bolognesi.

Fonte: sianna-cuochi.blogspot.it

Molti di noi hanno ricevuto l’invito a partecipare alla Parmigiano Reggiano Night, una cena virtuale con lo scopo di unire tutta l’Italia proponendo una ricetta, magari una rielaborazione di quelle che si trovano sul sito del parmigiano o addirittura quella dello chef Massimo Bottura, il risotto cacio e pepe, ideata da lui proprio per questa occasione. Ho accettato volentieri perché già da tempo mi frullava in testa di cimentarmi in una rielaborazione della cacio e pepe, ma mi perdoni il grande Bottura, quella dello chef, anche lui grande, Antonello Colonna. Secondo il suo concetto, per la buona riuscita della cacio e pepe sono necessari ingredienti di prima qualità(ma questo vale per la buona riuscita di tutte le ricette) e la manualità del cuoco; infatti la cacio e pepe di Colonna bisogna mantecarla come un risotto. La rielaborazione di questa ricetta sta nel Parmigiano Reggiano al posto del Pecorino. Ho utilizzato un parmigiano di 36 mesi per avere la garanzia di ottenere la classica cremina della mantecatura a differenza di quello più giovane che mi avrebbe compromesso la buona riuscita del piatto, magari con il rischio che filasse Ingredienti 500 g di bucatini 250g di Parmigiano Reggiano Pepe nero macinato Preparazione Mettere a bollire l’acqua, versare i bucatini e dopo pochi secondi, quando inizia la schiumetta dell’amido con un mestolo togliere quasi tutta l’acqua e trasferirla in un pentolino a parte, che va tenuto su una fiamma vicina alla pentola dove cuociono i bucatini. Durante la cottura mantecare continuamente i bucatini come fosse un risotto, aggiungendo quando è necessario, l’acqua tenuta da parte. A fine cottura, spegnere e girando aggiungere gradualmente il parmigiano e infine il pepe. Impiattare e completare con un’altra spolverata di pepe.

Fonte: latrappolagolosa.blogspot.it

Qualche giorno fa ero in coda alla posta e per passare il tempo mi sono messo a curiosare in uno dei libri in vendita....lo so non si fa....ovviamente il mio occhio è caduto su un libro di cucina e più precisamente su una raccolta economiche elaborate da grandi Chef. Appena ho visto il risotto preparato con questa tecnica dal grande Bottura sono rimasto folgorato sulla via di Damasco.....Ho, spero senza peccare di superbia, modificato la ricetta per renderla un poco mia e sicuramente l'utilizzo del miglior riso al mondo, Acquerello, ha contribuito al fantastico risultato. Ingredienti (x2): 160 riso Carnaroli Acquerello 200 Pecorino Romano DOP 165 gr. Parmigiano Reggiano DOP 1 litro acqua minerale naturale pepe di Sichuan grissini alle olive 4 filetti di acciughe sottolio Nostromo olio evo Preparazione: La cucina è chimica e questo procedimento ne è la dimostrazione lampante. Dobbiamo separare il formaggio in tre componenti diversi, parte grassa, liquida e solida. Come fare? Misceliamo 1 litro di acqua minerale naturale con il pecorino ed il parmigiano grattati. Mettiamo la miscela in una pentola d'acciaio dal fondo spesso e portiamo molto lentamente alla temperatura di 80 gradi. Quando il formaggio sul fondo diventa filante spegniamo la fiamma e lasciamo raffreddare. Copriamo con la pellicola trasparente a contatto e mettiamo in frigo per tutta la notte. Alla fine avremo uno strato supperficiale di materia grassa, che raccoglieremo con un colino; una parte liquida che andremo a filtrare e sul fondo della pentola uno strato duro di formaggio che potremo usare per fare delle croccantissime chips. Sbricioliamo i grissini, facciamo sciogliere le acciughe in olio evo e tostiamo i grissini tritati. Scaldiamo a fuoco dolce l'acqua di formaggio. Tostiamo il riso con un filo d'olio evo e cuociamo aggiungendo un mestolo alla volta di acqua di formaggio calda. A 3/4 di cottura iniziamo ad aggiungere il "burro" di formaggio. Quando il riso è pronto, spegniamo il fuoco e mantechiamolo con il burro rimasto. Mescoliamo energicamente sino ad avere un riso molto cremoso. LLasciamo riposare 5 minuti a pentola coperta. Impiattiamo con il crumble e con il pepe di sichuan ppestato al mortaio. BUON APPETITO!!!!!!!!!!!!!!!!! "Questa ricetta partecipa al contest Rice Blogger 2014"

Fonte: desperatehousecooker.blogspot.it

Se amate il cioccolato e non potete fare a meno di una fumante tazza di caffè questa è la torta giusta per voi. E' un'eccellenza della pasticceria di Vignola, in provincia di Modena, anche se è entrata a far parte della tradizione del luogo da un tempo relativamente breve. Questa torta è nata nel 1886 dall'estro di Eugenio Gollini, dell'omonima pasticceria Gollini ancora in attività, che prima la chiamò semplicemente "torta nera", poi "pasta Barozzi" e dal 1907 "torta Barozzi" in occasione del quattrocentesimo dalla nascita dell'architetto Jacopo Barozzi detto "il Vignola". La ricetta originale è custodita ancora gelosamente dagli eredi di Gollini che continuano la produzione di questo dolce. Tuttavia, come per tutti i dolci entrati a far parte della tradizione, in tutta la provincia di Modena ogni famiglia ha la propria ricetta per tentare di riprodurre il dolce, come anche altre pasticcerie la producono con il nome di "tipo Barozzi" per rispettare il marchio depositato da Gollini. Come gli stessi Gollini affermano il segreto non riguarda gli ingredienti, ma la loro proporzione ed il metodo di lavorazione. Quindi dopo aver letto tantissime ricette della torta ho tratto quella che dovrebbe essere la più utilizzata, se sarà come l'originale potrò saperlo solo dopo aver assaggiato quella della Pasticceria Gollini, di certo è squisita. Ingredienti: (per circa 8 persone) 250 gr di cioccolato fondente 80 gr di burro 100 gr di mandorle spellate 50 gr di arachidi (non salate) 150 gr di zucchero semolato 4 uova 1 tazzina di caffè espresso Per prima cosa tostate per qualche minuto nel forno le arachidi e le mandorle ed una volta fredde passatele nel mixer fino a ridurle in polvere. Fate quindi fondere a bagnomaria o nel microonde il burro insieme al cioccolato fondente unendovi alla fine anche la tazzina di caffè espresso. Montate ora con le fruste elettriche i tuorli con lo zucchero fino a che non saranno gonfi e spumosi da scrivere. Allo stesso modo montate a neve ferma gli albumi. Quando il cioccolato ed il burro fusi con il caffè si sono stiepiditi uniteli al composto di tuorli e zucchero, aggiungete quindi le arachidi e le mandorle ridotte in farina e per ultimi, dall'alto verso il basso, gli albumi montati a neve. Versate in una teglia quadrata di circa 22 cm per lato foderata di carta alluminio e fate cuocere in forno preriscaldato a 170°C per 30-35 minuti. Dovrà risultare alta circa 3 cm. La superficie dovrà presentarsi asciutta e rugosa mentre inserendo all'interno uno stecchino ne dovrà uscire leggermente umido. Una volta fuori dal forno, dopo averla fatta raffreddare, capovolgetela su altra carta di alluminio in cui la conserverete fino al momento di tagliarla con un coltello a seghetto con tutta la carta perché non si sbricioli. Dovrete ricavarne dei quadratini della dimensione che preferite, ma vi consiglio di farli piccoli e magari mangiarne più di uno. Potete accompagnarla con della panna montata o come suggerisce il grande chef Massimo Bottura bagnando ogni quadratino con delle gocce di aceto balsamico di Modena. Potete conservarla diversi giorni avvolta nella stessa carta di alluminio. Alla prossima! =^-^=

Fonte: le-tenere-dolcezze-di-resy.blogspot.it

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